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Full text of "Caso Cantovios: Adriano La Regina, I Marsi 'apud finem Gallicum', in Italia, omnium terrarum parens, Milano 1989, 399-401."

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ITALIA 

omnium terrarum parens 

La civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti, 
Lucani, Brettii, Sicani, Siculi, Elimi 



LIBRI SCHEIWILLER 
MILANO MCMLXXXIX 



I SANNITI 

di Adriano La Regina 



I Mar si 'apud fittevi Gallicwrì 



Alla guerra combattuta in Umbria e in Etruria negli anni 295 e 294 a. C. è da ricondurre il con- 
tenuto di un importante documento epigrafico proveniente dalla Marsica, dai pressi del grande 
santuario di Lucus Angitiae, ove esso era stato collocato in antico. Si tratta della dedica votiva di 
Caso Cantovios (CIL i 2 5, vedi anche fase, iv [1986] p. 859 = ILLRP 5 = Peruzzi 1961) incisa su una 
sottile lamina bronzea. Dell'iscrizione, ora non più reperibile presso la collezione Torlonia, sono 
noti due apografi: uno del Barnabei, pubblicato in NSA (1877), tav. xm, e l'altro di Jordan, ripreso 
in CIL i 2 . La documentazione raccolta dal Barnabei è conservata, e consiste in due apografi quasi 
uguali, dipinti ad acquerello, che riproducono l'oggetto a grandezza naturale, e tre fotografie, 
più piccole, di cui due della parte anteriore della lamina, e una della parte opposta su cui le let- 
tere appaiono rovesciate e a rilievo. È inoltre conservato un appunto del Barnabei, scritto a matita, 



399 



con annotazioni prese durante l'autopsia dell'oggetto, da cui trascrivo alcuni passi: 'L'altezza si 
può segnare con precisione essendo intatti i due lati superiore e inferiore . . . 0,11. Vi è un buco a 
metà di ciascun lato. I due laterali sono intatti, l'inferiore e il superiore restano per metà. Su- 
periormente ed inferiormente sono praticati nella lamina di bronzo tanti forellini con congegno 
assai adatto, sicché ogni forellino risultava di esatta rotondità senza lasciare smussature sulla faccia 
sottoposta. Non così è avvenuto pei fori grandi che sembrano fatti dopo la scrittura e con congegno 
ordinario, sicché essi presentano di sotto l'aspetto stesso di un foro di grattugia. È anche da notare 
che i forellini sono stati fatti dalla faccia inferiore, vedendosene il diametro un pochino più grande, 
mentre i fori grandi sono stati fatti dalla faccia stessa della scritta. Non saprei per altro affermare 
con certezza se ai due lati mancassero assolutamente i fori. L'ossido della lamina vi si diffonde 
egualmente, e farebbe supporre che non ve ne fossero, tuttavia sul lato sinistro di chi guarda al 
rigo 8 accanto al p è un foro fatto col sistema stesso dei forellini, ma un poco più grande, il quale 
potrebbe aver trovato simmetria in altri lati o nelle parti mancanti. Nel lato superiore si contano 
53 forellini, altri aperti, altri chiusi dall'ossido, ed altri frammentati'. 

Il testo è scritto in latino e, benché da molti sia stato considerato più antico per la direzione della 
scrittura imperfettamente bustrofedica, esso deve essere datato agli inizi del III secolo a. C, come 
è stato già osservato dal Peruzzi sulla base dei segni alfabetici. Un altro elemento di datazione, 
finora non rilevato, ma ben evidente dalla descrizione del Barnabei, è costituito dalla lamina bron- 
zea, in cui dobbiamo riconoscere senza alcun dubbio un frammento di cinturone, del tipo a fascia 
rettangolare molto alta, delimitata lungo i bordi da forellini fittamente accostati tra loro, che 
servivano per la cucitura sul supporto di cuoio, databile tra la fine del IV e gli inizi del III secolo 
a. C. (Papi 1988, 152 ss.). Dalla descrizione del Barnabei si ricava che l'iscrizione è stata incisa sulla 
faccia interna del cinturone, poi fissata con quattro chiodi all'oggetto a cui si riferiva la dedica. 

Nel suo complesso l'interpretazione del testo è ormai acquisita. Esso si riferisce a un oggetto che 
portarono, atolero, come dono votivo ad Angitia, Actia, a nome delle legioni marse i sodi di Caso 
Cantovios Aprufclano, il quale si era impossessato dell'oggetto stesso, ceipieà) = cepit, preda bellica, 
apurfinem elsalicom en urjbid Casontoni/a/. Questa è la trascrizione comunemente accolta. Il Peruzzi, 
per primo, ha messo in dubbio la lettura elsalicom, perché della s resta in effetti solo un breve 
tratto obliquo in alto, che non escluderebbe la possibilità di leggere eltalicom. Le operazioni di Caso 
Cantovios avrebbero avuto luogo, secondo il Peruzzi, in Lucania ove sarebbe da collocare il con- 
fine dell'Italia in quell'epoca. I Marsi avrebbero quindi partecipato, come alleati, alle imprese di 
Scipione Barbato. È però quanto mai improbabile che agli inizi del III secolo a. C. in ambiente 
latino si utilizzasse, per definire il confine italico, la nozione dell'Italia che avevano i Greci nel V 
secolo. Il testo può essere però interpretato diversamente, anche sulla base delle fotografie. 

Della parola comunemente trascritta elsalicom la prima lettera si trova alla fine della terza riga 
ed è seguita da uno spazio non utilizzato per la scrittura. Per di più la riga seguente non mantie- 
ne la direzione bustrofedica, rispettata normalmente nel testo. La lettera e, infine, non appare 
ben marcata come le altre ma, nel disegno del Barnabei, risulta alquanto confusa e incompleta 
in basso ; sulle tre fotografie essa non compare affatto ed è anzi possibile rilevare da esse che lo 
spazio dopo finem è occupato da una ribattitura eseguita proprio per cancellare una lettera. Questa 
operazione può per altro ben spiegare l'interruzione della progressione bustrofedica. Per cancel- 
lare un segno inciso su una lamina metallica così sottile è infatti necessario ribattere anche sulla 
superficie opposta. Se la lettera cancellata era effettivamente una e, di cui il Barnabei e Jordan 
hanno visto qualche traccia, l'incisore aveva omesso per errore la parola che doveva essere scritta 
dopo finem e aveva cominciato a scrivere la parola successiva en. Della lettera all'inizio della quarta 
riga resta solo l'estremità superiore obliqua, seguita da alicom. Essa non può essere una t, come ha 
pensato il Peruzzi, perché in tal caso il tratto superiore risulterebbe eccessivamente inclinato, e 
quindi anomalo rispetto a tutte le altre t che compaiono nella stessa iscrizione. D'altra parte la 
sua ricostruzione come s sembra essere stata suggerita più dal bordo della frattura che da altri 
elementi. Dalle fotografie risulta infatti che il tratto residuo della sommità della lettera è meno 
rettilineo di quanto compare sul disegno. Il suo andamento suggerisce piuttosto la ricostruzione 
di una c un po' inclinata in avanti, come è incisa altre tre volte nella stessa iscrizione. Abbiamo 
dunque non elsalicom o eltalicom, bensì [[ej/calicom = Gallicum. 
Il testo può essere dunque così trascritto: 



400 



Caso Cantovio/s Aprufdano cei/p(ed) apur finem fle]]/ 
Calicom en ur/bid Casontonijal socieque dono/m 
atolero Actia \ prò l[ecio]nibus Marjtses. 

Nella prima parte dell'iscrizione si può riconoscere la formula di consueto adottata nelle dediche 
consolari, o comunque di comandanti militari, per oggetti predati nel corso di operazioni belliche 
e portati in patria per essere deposti in santuari o in luoghi pubblici (vedi CIL i 2 608, 615, 622, spe- 
cialmente 613: L. Quinctius L. f. Leucado cepit eidemque consol dedit). Caso Cantovios era dunque un 
comandante marso. Il suo cognome etnico ne rivela l'origine da una località con il nome sabellico 
di Aproficulum, si veda il pagus Fificulanus nei Vestini (CIL ix 3578) e il pagus Capriculanus a Nola 
(CIL x 1279), da ricercare certamente nel territorio dei Marsi. Egli doveva aver partecipato a opera- 
zioni militari che lo avevano condotto apud finem Gallicum alla testa delle sue legioni marse. Il 
bottino prelevato in urbe Casontonia dimostra che egli espugnò la città. 

Questa non è stata identificata, e si è anche dubitato della forma esatta del nome, perché il segno 
usato per la s è irregolare (Peruzzi 185 s.), ma la lettera è semplicemente mal scritta, vedi CIE 4203 
casuntinial e 3688 casntinial, ambedue da Perugia. Vurbs Casontonia può essere riconosciuta in quello 
che poi sarà il municipium Casuentinorum, menzionato in un'iscrizione del 240 d. C. (CIL xi 4209, 
Terni), il cui etnico compare in Plinio, N.H. ni, 113 nella forma Casuentillani. Il nome sopravvive 
ancora oggi nel 'Casentino', la regione che si estende nell'alta valle dell'Arno, a nord di Arezzo, 
abitata in antico da popolazioni umbre (Nissen 1 304; Beloch RG 573; Thomsen IR 116). L'etnico 
Casuentini presuppone il nome di città Casuentum (Casentium nel Lib. Col. 255 l). In urbe Casuentina 
è dunque reso nel latino dialettale della Marsica en urbid Casontonia, ove la forma aggettivale è 
interpretata come sostantivo del tipo Milionia, Aquilonia. 

Tutti questi elementi conducono facilmente alla individuazione del contesto storico in cui si in- 
seriscono le vicende di Caso Cantovios. Nell'anno 295 fu inviato da Roma sul fronte settentrionale, 
ove dovevano essere affrontate le forze congiunte di Galli, Etruschi, Umbri e Sanniti, un esercito 
costituito non solo dalle quattro legioni romane e dalla cavalleria, ma anche da mille cavalieri 
campani e da altri contingenti formati da sodi e da Latini, superiori in numero alle forze romane 
(Liv. x, 26, 14). Dopo la battaglia di Sentino, la guerra continuò in Etruria contro Perusia e Clusium, 
nello stesso anno (Liv. x, 30, 2; 31, 3), e contro Rusellae, Volsinii, Perusia e Arretium nell'anno se- 
guente (Liv. x, 37, 3-4). 

Caso Cantovios, con le sue legioni marse, deve dunque aver partecipato a queste operazioni; pri- 
ma a Sentinum, ove furono impiegate tutte le forze disponibili, e poi nell'anno successivo nei 
territori umbri ed etruschi al seguito di Q. Fabio, spingendosi fino a Casuentum. Come ha giusta- 
mente arguito il Peruzzi, Caso Cantovios deve essere morto in guerra, e le persone al suo seguito 
devono aver sciolto per lui, e a nome delle sue legioni, il voto fatto ad Angitia, portando nel san- 
tuario l'oggetto su cui era affissa la lamina bronzea iscritta, ricavata dal cinturone di un'armatura 
italica, e forse dal cinturone dello stesso Caso Cantovios. Casuentum, sopravvissuta come munici- 
pio fino alla tarda antichità, si doveva trovare nell'area che nel Medio Evo portava il nome di 
Casentino, più ristretta di quella che tuttora lo mantiene. 

Gli studi dello Schneider (1914, 75, 94 — 1975, 82, 100) hanno dimostrato che, finché durò l'istitu- 
zione dei comitati, nessuna località a sud del confine aretino, ossia a partire dalle pievi di Buiano, 
Bibbiena, Pàrtina e Sòcana, è mai stata definita in Casentino. Il municipium Casuentinorum occupava 
la parte estrema settentrionale della valle superiore dell'Arno, delimitata a nord dal Monte Fal- 
terona. Questo aveva costituito il confine naturale tra le popolazioni umbre insediate sul versante 
meridionale e i Galli che occupavano i territori pedemontani immediatamente a nord. Un sepol- 
creto gallico, datato tra la fine del IV e la prima metà del III secolo a. C. ne documenta infatti la 
presenza a Rocca San Casciano (Prati 1979, 133-136). Il territorio dei Casuentini poteva dunque a 
buon diritto dirsi, agli inizi del III secolo a. C, 'apud finem Gallicum'. 



Vanno 293 a. C. : Cominium, Aquilonia, Saepinum, Herculaneum 

Le operazioni del 293 furono determinanti, anche se non immediatamente ri- 
solutive, per l'esito della terza guerra sannitica. In quell'anno fu investito e de- 

401 



230-231. Iscrizione di Caso Cantovios 
su lamina bronzea. 




230 231